Ci sono sere in cui la solitudine fugge dal recinto delle distrazioni eretto apposta per lei e assale senza pietà, protendendo artigli fatti di giorni vuoti e mostrando zanne di domande che non trovano risposte. Allora si alzano gli occhi al cielo e si desidera con tutte le forze di vedere qualcos’altro dietro alla muta schiera di stelle che hanno perso il loro significato e l’interesse per questo mondo. Ricordo quando non era ancora così, non molto tempo fa, quando le stelle non erano ghigni di divinità malvagie ma occhi gentili che mi indicavano la via nel dedalo della vita. Non ho mai visto Dio nella loro luce, ma vedevo il riflesso di un mondo che amavo: un mondo bellissimo fatto di giornate di sole e notti in cui l’amore mi scaldava il cuore e la serenità stendeva una coperta di pace sulla mia anima mettendo a dormire ogni inquietudine; un mondo che guardavo con gli occhi di una bambina, la spensieratezza di un’adolescente e i progetti di una ragazza che sa che donna vorrà essere; un mondo che era parte di me e di cui mi sentivo parte. Il cielo era un foglio azzurro su cui scrivere la mia storia, il vento mi suggeriva le parole in un sensuale bisbiglio che aveva la voce di chi amavo. In quel cielo le nuvole sarebbero state solo di passaggio e, comunque, mai abbastanza scure da privarmi del sole. E quando arrivava la notte, parlavo con le stelle: le costellazioni disegnavano i volti di chi non c’era più ed erano volti sorridenti che lenivano il dolore per la loro perdita. Erano con me, per sempre. Adoravo la notte, la aspettavo come un fiore aspetta la primavera per sbocciare. Aspettavo il suo silenzio, le sfumature dei suoi grigi, il suo dolce ronzio. Alla fine giungeva, dopo che il sole era esploso nel tramonto lasciando in cielo tracce di sé, giungeva per me perché io sapevo ascoltarla. Erano notti di vita vera, così diversa da quella che poi sarebbe stata svenduta, offesa in qualche angolo buio, avvelenata con dosi crescenti di disprezzo. Erano notti in cui la città spariva e io mi ritrovavo tra le montagne, talmente vicino alle stanze degli dei da poterli sentire dormire; oppure in riva al mare, dove le lucciole si rincorrevano sul pelo dell’acqua lasciando scie dorate; o ancora in mondi nascosti, che io conoscevo perché ci credevo, dove la magia suonava la sua serenata all’amore e dalla loro unione nasceva ogni cosa che mi circondava. Può darsi che io non abbia mai visto Dio, ma avevo qualcosa di molto simile. Credevo in qualcosa, qualunque nome avesse. Avevo fede e speranza.
Ora non ho né l’una né l’altra. Se ne sono andati quei volti tanto cari, i loro sorrisi e i loro occhi gentili, il vento non mi parla e il sole è un disco opaco soffocato da nubi che non si dissolveranno. Le montagne sono franate, il mare si è prosciugato, dei e lucciole non abitano più questo mondo, e gli altri, quelli nascosti, hanno chiuso per sempre le loro porte. L’amore è il demone che infesta le mie notti, la serenità è stata la sua prima vittima. Se ne sono andati tutti i sogni e tutte le promesse, se ne sono andati per non tornare più. E io vorrei almeno che la loro assenza bruciasse, che il rogo in cui il mio mondo è diventato cenere servisse a scaldarmi. Perché ora, tra queste stelle spente, l’unico riflesso che vedo è il mio.













