Parole di una sera soltanto

lunedì, 13 ottobre 2008 ore 23:04

Ci sono sere in cui la solitudine fugge dal recinto delle distrazioni eretto apposta per lei e assale senza pietà, protendendo artigli fatti di giorni vuoti e mostrando zanne di domande che non trovano risposte. Allora si alzano gli occhi al cielo e si desidera con tutte le forze di vedere qualcos’altro dietro alla muta schiera di stelle che hanno perso il loro significato e l’interesse per questo mondo. Ricordo quando non era ancora così, non molto tempo fa, quando le stelle non erano ghigni di divinità malvagie ma occhi gentili che mi indicavano la via nel dedalo della vita. Non ho mai visto Dio nella loro luce, ma vedevo il riflesso di un mondo che amavo: un mondo bellissimo fatto di giornate di sole e notti in cui l’amore mi scaldava il cuore e la serenità stendeva una coperta di pace sulla mia anima mettendo a dormire ogni inquietudine; un mondo che guardavo con gli occhi di una bambina, la spensieratezza di un’adolescente e i progetti di una ragazza che sa che donna vorrà essere; un mondo che era parte di me e di cui mi sentivo parte. Il cielo era un foglio azzurro su cui scrivere la mia storia, il vento mi suggeriva le parole in un sensuale bisbiglio che aveva la voce di chi amavo. In quel cielo le nuvole sarebbero state solo di passaggio e, comunque, mai abbastanza scure da privarmi del sole. E quando arrivava la notte, parlavo con le stelle: le costellazioni disegnavano i volti di chi non c’era più ed erano volti sorridenti che lenivano il dolore per la loro perdita. Erano con me, per sempre. Adoravo la notte, la aspettavo come un fiore aspetta la primavera per sbocciare. Aspettavo il suo silenzio, le sfumature dei suoi grigi, il suo dolce ronzio. Alla fine giungeva, dopo che il sole era esploso nel tramonto lasciando in cielo tracce di sé, giungeva per me perché io sapevo ascoltarla. Erano notti di vita vera, così diversa da quella che poi sarebbe stata svenduta, offesa in qualche angolo buio, avvelenata con dosi crescenti di disprezzo. Erano notti in cui la città spariva e io mi ritrovavo tra le montagne, talmente vicino alle stanze degli dei da poterli sentire dormire; oppure in riva al mare, dove le lucciole si rincorrevano sul pelo dell’acqua lasciando scie dorate; o ancora in mondi nascosti, che io conoscevo perché ci credevo, dove la magia suonava la sua serenata all’amore e dalla loro unione nasceva ogni cosa che mi circondava. Può darsi che io non abbia mai visto Dio, ma avevo qualcosa di molto simile. Credevo in qualcosa, qualunque nome avesse. Avevo fede e speranza.

Ora non ho né l’una né l’altra. Se ne sono andati quei volti tanto cari, i loro sorrisi e i loro occhi gentili, il vento non mi parla e il sole è un disco opaco soffocato da nubi che non si dissolveranno. Le montagne sono franate, il mare si è prosciugato, dei e lucciole non abitano più questo mondo, e gli altri, quelli nascosti, hanno chiuso per sempre le loro porte. L’amore è il demone che infesta le mie notti, la serenità è stata la sua prima vittima. Se ne sono andati tutti i sogni e tutte le promesse, se ne sono andati per non tornare più. E io vorrei almeno che la loro assenza bruciasse, che il rogo in cui il mio mondo è diventato cenere servisse a scaldarmi. Perché ora, tra queste stelle spente, l’unico riflesso che vedo è il mio.

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Lesbo è un'isola del Mar Egeo

giovedì, 09 ottobre 2008 ore 21:58

La carta non riflette, le parole neanche.
Uno specchio riflette, quello sì, una superficie d'acqua, l'argento lucidato, a volte gli occhi di qualcuno.
La carta e le parole no. Non possono, perchè sono solo pagine bianche e caratteri neri, linee scure che si rincorrono su uno sfondo vuoto. Sono meravigliosi insieme, meravigliosi e struggenti: sono musica e immagini, magia e colori, sono una carezza leggera o uno schiaffo in pieno volto, sono una smorfia di rabbia e un sorriso.
Ma non riflettono.
...
Non possono.

LESBO È UN’ISOLA DEL MAR EGEO
di Alessandra Bianchi

È un libro che non si legge, si vive. Non lo si finisce in un paio di giorni solo per la scrittura piacevole e mai pesante, ma anche, e soprattutto, perché non si vuole abbandonare la protagonista. È lei il cuore del romanzo, non ciò che fa o con chi, a volte non importa neanche il perché. Importano le emozioni che, attraverso lei, si abbattono su chi legge come una tempesta in cui ogni goccia ha un significato diverso. Si sorride quando la si vede felice, all’inizio del libro, quando scopre l’amore in un’esplosione di colori e suoni. Fanno tenerezza alcuni passaggi morbidi, rabbia altri di una crudezza estrema. Si resta ammaliati quando parla della scrittura, tanto che, più che leggere, sembra di ascoltare una voce sognante persa nel suo mondo d’incanto. Si piange per lei quando la vita sembra voler proporre solo le sue giornate più buie. Si sente in bocca il sapore della polvere quando tocca il fondo e si cerca disperatamente dietro ogni parola l’ombra di una nuova speranza. A volte si sente la necessità di fermarsi nella lettura, non per stanchezza, ma per saturazione emotiva. Sono infatti le parti introspettive il punto di forza di questo romanzo, i momenti in cui la protagonista è sola con se stessa e si lascia scoprire nei suoi lati più delicati, spesso inaspettati. In tutto questo, le scene di sesso arrivano talvolta come elemento di disturbo: funzionali alla trama dal punto di vista concettuale, soprattutto quando vanno ad esaltare l’amore o, al contrario, quando aggiungono mattoni al muro del degrado dietro cui si barrica la protagonista, risultano tuttavia troppe e troppo esplicite. Ma forse il genere lo consente.
Alcuni autori si leggono per le trame avvincenti, altri per la scrittura perfetta ed elegante, altri ancora per i mondi meravigliosi che sono capaci di creare. Poi ci sono quelli che si leggono perché lasciano e nel contempo si prendono qualcosa di te.

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Ombra&Magia II - 21

martedì, 07 ottobre 2008 ore 21:39

«Qual è la differenza tra la magia degli elfi e quella degli umani, Ariendil?»

Ariendil e Urial avevano portato la notizia della vittoria al Cavaliere che li attendeva alla solita radura. Non aveva avuto un solo sussulto: si aspettava la vittoria e non si sarebbe accontentato di niente di diverso. La vittoria era arrivata. Quando però la ragazza gli aveva detto ciò che era successo dopo aver richiamato la magia nella dimensione delle ombre, i suoi occhi avevano avuto un lampo che il buio del cappuccio non era riuscito a nascondere.

«La magia degli elfi attinge alla forza della natura, quella degli umani alla forza vitale di chi la usa» rispose Ariendil. Non era la sola differenza, ma era la più importante ed era dovuta al fatto che per gli elfi la magia era una capacità innata, mentre gli uomini avevano dovuto impararla scoprendo le linee di forza che governavano il mondo. Nonostante lo studio e la dedizione, però, il legame tra umani e natura non sarebbe mai stato abbastanza stretto da permettere loro di dominare gli elementi e i loro cuori e i loro corpi non sarebbero mai stati abbastanza forti per contenerne il potere smisurato.

Lui sembrò soddisfatto della risposta: «Esattamente. La magia delle ombre non è diversa dalle altre: è da te che prende la sua forza, è attraverso te che può manifestarsi. Hai imparato ad usarne il potere nel Mondo dei Mortali, ma nella dimensione delle ombre esso viene amplificato e tu non sei ancora in grado di dominarlo.» Spostò lo sguardo da Ariendil ad Urial, poi proseguì rivolgendosi ad entrambi: «È la vostra natura umana il limite al potere che vi ho donato.»

Ariendil guardò ad est, dove i ruderi di Stormgard piangevano la rovina dei Cavalieri delle Ombre. E forse di molto di più.

«Ma non il tuo» disse senza staccare gli occhi dai monti lontani. Quando li riposò su di Lui, la consapevolezza dava una luce nuova alle sfumature di verde che contenevano la pupilla dilatata dalla notte. «Tu non sei umano.»

Il sorriso del Cavaliere sfuggì alle ombre del cappuccio. Il Cavaliere Rinnegato, come lo avevano chiamato Ailyn e Keiros. Ora Ariendil capiva perché: l’ordine di Bladerorgh era una casta chiusa ai soli umani, non ammetteva eccezioni, meno che mai inganni.

«No, non lo sono. Non solo almeno.» Le si avvicinò e Ariendil sentì la potenza di quell’essere stringersi attorno a lei, al suo corpo, ai suoi pensieri. «Io sono a un tempo umano ed elfo, angelo e demone, mortale ed immortale, come anche nessuna di queste cose. Non provare a comprendere la mia natura con i tuoi sensi, ne saresti ingannata. Né con la ragione perchè impazziresti. Semplicemente, non provare a comprendere, sospendi le tue percezioni e il giudizio della realtà e forse ti avvicinerai a capire cosa sono io.»

«Tu sei…» La parola le morì in gola.

«Un dio» disse al suo posto Urial. Le labbra del ragazzo si allargarono in un ghigno. «E noi con te.»

Il Cavaliere rise e la sua risata riecheggiò sinistra in tutta la radura, in tutta Bladerorgh e, pensò Ariendil, in tutto il Regno dei Mortali. Forse la sua eco si incanalò nei crateri della Bocca del Demone per lambire il Regno dei Morti, forse si spinse sulla cima del Monte Archè, oltre il mondo conosciuto, per sfiorare il Regno dei Cieli. Ciò che la guerriera sapeva con certezza era che raggiunse il suo cuore e lo fece tremare.

«Sì, Urial. Voi lo sarete con me. Ma non così presto, non senza un’ultima battaglia.»

«Tutte le battaglie che servono.» Urial chinò il capo e Lui si voltò verso Ariendil. Le si portò a una spanna di distanza, poteva sentirne il respiro, l’odore della pelle, poteva percepirne le emozioni. Alla ragazza sembrò di scorgere un’espressione divertita sul suo volto nascosto dal buio.

«I Cavalieri della Luce e i Cavalieri delle Ombre non esistono più. Gli uomini hanno esaurito i loro campioni, si sono arresi, sono vinti. Ma il Mondo dei Mortali è ancora in piedi e non cadrà finché ci sarà chi ne sosterrà il peso. Toglietegli anche l’ultimo appoggio, fate in modo che finisca nel baratro delle ombre.»

Ariendil indietreggiò, la paura le bruciava i polmoni, le mordeva lo stomaco, le inondava la mente di parole che ancora non aveva udito ma che sapeva sarebbero arrivate a distruggerla.

Così fu.

«Annientate gli elfi e distruggete Iridis.»

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Portal Way

lunedì, 06 ottobre 2008 ore 22:58

Capisco che può sembrare strano... Insomma, è un po' come un pesce d'acqua dolce che sponsorizza sale marino, però voi fate finta che al mio posto ci sia una che sa di cosa sta parlando. In realtà io non so neanche cosa voglia dire metal progressive instrumental e ancora non ho capito a che serve il basso: in pratica so di musica meno di quanto so sulla fusione nucleare. Però sono andata a sentirli e la serata è stata piacevole solo ed esclusivamente grazie a loro (sul resto sorvolo).
Se volete sentire come suonano vi lascio il link del sito. Sono anche appassionati di fantasy! ^^ Se poi sono pure bravi, tanto di guadagnato.

http://www.portalway.it/the_first_battle.html

Ciao a tutti, belli!

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Ombra&Magia II - 20

sabato, 04 ottobre 2008 ore 14:07

«Ariendil!» disse Ailyn con un sospiro di sollievo gettandole le braccia al collo. «Allora è vero che sei tornata! Non sai quanto sono felice!»

«Ascoltami, Ailyn» le rispose allontanandola delicatamente da sé. «Devi andartene da qui: Stormgard è caduta, i Cavalieri delle Ombre…»

«So tutto.» Il suo viso si fece scuro. «L’Accademia è stata presa dal Cavaliere Rinnegato.»

«Cavaliere Rinnegato?»

Ailyn annuì: «Non c’è tempo per le spiegazioni ora.» Si voltò di nuovo verso l’angolo della cella e Ariendil sentì il rumore della roccia che stride sulla roccia. Un passaggio si aprì nella parete della cella. «Seguimi, alcuni di noi sono già in salvo.»

Il Cavaliere delle Ombre non si mosse.

«Ariendil! Stanno arrivando!»

Ariendil abbassò lo sguardo.

«Tu vai. Io non posso venire con te.»

«Ma cosa stai dicendo? Perché?»

Perché era lei il nemico da cui stavano fuggendo.

«Fai come ti dice, Ailyn.» Si voltarono entrambe, mentre Keiros e altri cinque cavalieri comparivano dalle ombre. Gli sguardi di allieva e maestro si incrociarono nel silenzio della prigione.

«Ti faremo guadagnare un po’ di tempo» le mentì infine Ariendil senza distogliere gli occhi da Keiros. Lo vide annuire alla ragazza davanti al passaggio segreto.

«Ci vediamo fuori» disse Ailyn prima di sparire nel buio del cunicolo.

Ariendil aspettò che il rumore dei suoi passi svanisse. «Grazie» disse poi rivolta a Keiros.

«Sarà un brutto colpo per lei quando saprà per chi combatti. Le sei molto cara.»

«Lo so.»

Un vociare concitato arrivò fino a loro.

«Forza, andate anche voi. Saranno qui a momenti» li esortò.

«Perché ci aiuti?»

Ariendil accennò un sorriso. «Perché sono due volte in debito con voi.»

Il Maestro d’Armi fece un cenno col capo agli altri e quelli imboccarono il cunicolo, preferendolo alla via delle ombre.

«Stai attenta, Ariendil. Il Cavaliere Rinnegato non perdona: se viene a sapere che ci hai lasciato andare puoi considerarti già morta.»

Stavolta il sorriso ci fu, ma fu un sorriso triste: «Mi ci considero da tempo.»

Rimase sola nella cella finché non fu sicura che fossero lontani, poi estrasse le spade, tornò sul corridoio e consegnò ai suoi soldati le prigioni di Stormgard e la vittoria.

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In ---> fantasy, ombra e magia 2

Caffè Letterario

venerdì, 03 ottobre 2008 ore 17:41

Me ne ero scordata, chiedo perdono. Sono giorni un po' pieni. Dunque, ripropongo su CL un racconto postato qui qualche mese fa. E' la storia di una donna, una tra le tante. 

C’è qualcosa di magico nell’aria del mattino. Non è la bellezza struggente del tramonto, la delicata armonia dell’alba, non è neanche lo scrigno di mistero della sera. È qualcosa di più impalpabile, che prescinde i sensi e si percepisce con quella parte dell’essere umano che, spesso a torto, viene chiamata anima…

 Continua su: www.bistrotapigalle.splinder.com

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In ---> racconti

Ombra&Magia II - 19

mercoledì, 01 ottobre 2008 ore 19:20

«Ailyn!»

Ariendil quasi non credeva ai propri occhi, eppure non poteva ingannarsi: la ragazza che aveva davanti era davvero Ailyn. Si conoscevano da quando erano bambine, figlie entrambi di Cavalieri delle Ombre ed entrate in Accademia nello stesso anno. Avevano legato fin da subito, nonostante fossero profondamente diverse: impulsiva e caotica Ariendil, calma e riflessiva Ailyn. Forse era per questo che andavano d’accordo. Si erano allenate insieme per i primi cinque anni di addestramento, finché Ailyn non aveva deciso che le spade non facevano per lei. Era rimasta lo stesso a Bladerorgh, gestendo gli aspetti pratici della vita in Accademia, occupandosi del patrimonio e dell’organizzazione. Con gli anni aveva finito per acquisire un ruolo importante nell’ordine pur non facendone più parte. Quando Ariendil aveva raggiunto i diciotto anni e il grado di Cavaliere delle Ombre e aveva deciso di partire alla volta delle Terre Senza Nome, Ailyn fu l’ultima persona che era andata a salutare.

«Riuscirai a tenerti lontana dai guai?» le aveva chiesto col suo solito tono di rimprovero mentre la guerriera saltava in sella al cavallo.

Ariendil si era guardata intorno sapendo benissimo che l’aria da finta innocente non avrebbe ingannato l’amica.

Ailyn aveva scosso la testa. «Hai preso qualcosa da mangiare, piuttosto?»

«Ho qualcosa da mangiare.»

«Monete?»

«Un sacchetto pieno.»

«La testa?»

«È sulle spalle. Da quando sei diventata mia madre?»

«Più o meno da quando ti conosco.» Era vero. «Fammi sapere dove sei, così verrò a trovarti.»

E così fu: Ariendil le scrisse che si era stabilita ad Iridis e Ailyn andò a trovarla qualche volta. Prese subito in simpatia Earmir, non poteva essere altrimenti, e restò senza fiato quando vide le meraviglie delle terre degli elfi.

«Sono contenta di vederti così felice, Ariendil» le aveva detto l’ultima volta che l’aveva ospitata.

Il Cavaliere delle Ombre, allora cantastorie di Iridis, le aveva sorriso con il cuore colmo di una gioia che presto avrebbe perso. «Lo sono!»

Tante cose erano cambiate da allora…

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In ---> fantasy, ombra e magia 2

Una festa a lungo attesa

lunedì, 29 settembre 2008 ore 21:24

Erano sei anni che aspettava quel giorno, ma quando si svegliò, fresco e riposato come mai, si accorse di non essere affatto agitato. Il giorno della laurea: il giorno in cui tutti i suoi sforzi sarebbero stati premiati con un pezzo di carta in un mondo in cui la carta aveva lo stesso valore delle parole inutili che vi erano scritte, in giorno in cui sarebbe stato ripagato di tutti i suoi sacrifici anche se, in realtà, ne aveva fatti ben pochi. Non era mai stato uno di quelli che vivono per il lavoro e, quando qualcuno gli faceva notare che la professione che stava per intraprendere era costellata di doveri e rinunce, lui rispondeva con un’alzata di spalle: «I doveri e le rinunce sono per le cose importanti, questo è solo lavoro.» Tra l’altro non era neanche qualcosa che lo entusiasmasse più di tanto. Erano altre le cose che amava, sogni nel cassetto, in un enorme cassetto, che nulla avevano a che fare con ciò che era “solo lavoro”.

Mentre sfilava dall’armadio l’abito buono comprato per l’occasione, ripensò agli anni trascorsi all’università. La noia delle ore interminabili di lezione si confondeva con l’odore del disinfettante delle corsie d’ospedale, con quello della formalina delle aule di anatomia, con quello della morte della sala settoria. Era strano come preferisse quest’ultimo agli altri. Lo giustificava dicendosi che era perché detestava gli odori artificiali, mentre quello della morte, ripugnante o meno che fosse, era uno dei più naturali del mondo.

Si preparò con cura, senza fretta, senza neanche ripetere mentalmente la tesi che avrebbe discusso a breve. Si stupì quando si accorse di non aver ancora guardato l’orologio. Era calmo, completamente calmo.

Fece colazione al solito bar con il solito cornetto e il solito cappuccino, si diresse alla fermata e attese l’autobus facendo scorrere i titoli delle canzoni sul display dell’ipod. Scelse My Immortal e impostò l’opzione ripetizione brano. Era la sua canzone preferita: l’avrebbe ascoltata per tutto il viaggio. Inoltre, era appropriata all’occasione. Una mano scivolò distratta ad accarezzare la borsa del portatile, poi l’autobus arrivò e lui cedette l’ultimo posto a sedere a una giovane donna che doveva essere almeno al settimo mese di gravidanza. La vide muovere le labbra ed indovinò un grazie tra altre parole che si persero nella musica.

I’m so tired of being here

Suppressed by all of my childish fears

Le rispose con un sorriso.

Arrivò in Aula Magna in perfetto orario e si trattenne quel tanto che bastava per salutare amici e parenti, e amici e parenti di amici e parenti. Erano venuti tutti. Tutti quelli che lui voleva lì quel giorno. E anche qualcuno in più.

And if you have to leave

I wish that you would just leave

Because your presence still lingers here

And it won’t leave me alone

I primi due candidati si presentarono con delle discussioni eccellenti: una tesi di chirurgia generale il primo e una di oncologia il secondo. Lui era il terzo. Coinvolse tutti col suo lavoro di neurofisiologia, una giusta via di mezzo tra l’approfondimento, tanto caro alla commissione, e la semplicità, che permise anche ai non competenti di capire ed intervenire con domande a cui rispose il modo preciso e cortese. Il 110 e lode era scontato, ma aveva impressionato tanto da meritarsi l’onore di leggere a nome di tutti il Giuramento di Ippocrate. Ossia si meritò di recitare la parte del finto cavaliere che riceve finalmente un’investitura del tutto anacronistica e l’autorizzazione ad andare in giro per il regno a far danni con spade che ancora non sa usare. Recitò da Oscar.

I suoi occhi si alzarono dal foglio a guardare la gente davanti a lui. Ciò che vide non era necessariamente la realtà, ma lui la interpretò così. Vide sua madre che stentava a trattenere lacrime che sapeva di dover versare quasi da contratto; vide suo padre impettito e con l’orgoglio che minacciava di far saltare i bottoni della camicia non meno della pancia messa su negli ultimi anni; vide il suo relatore che annuiva soddisfatto, come se davvero gli importasse che l’ennesimo suo studente conseguisse l’ennesima inutile laurea. Vide la sua ex ragazza, la donna che ancora amava, sorridergli con un affetto eccessivo per poter essere autentico, per poter non essere ancora finto amore.

This wounds won’t seem to heal

This paini s just to real

There’s just too much that time cannot erase

Gli altri contavano meno, ma era importante che fossero lì in quel momento. Sorrise. Poi finì di leggere.

«“Se adempirò a questo giuramento e non lo tradirò, possa io godere dei frutti della vita e dell’arte, stimato in perpetuo da tutti gli uomini; se lo trasgredirò e spergiurerò, possa toccarmi tutto il contrario.”»

Un lungo applauso riempì la sala.

And if you have to leave

I wish that you would just leave

«E giuro…» riprese improvvisamente aprendo la valigetta del portatile. «Giuro che, quant’è vero Dio, vi ammazzo tutti come cani.»

Nell’aula dall’acustica perfetta risuonarono come tuoni gli spari delle sue pistole e le urla di terrore scrosciarono come pioggia.

L’ultimo colpo fu per sé.

I’ve been alone all along.

 

 

Ok... Vado, “ammazzo” e (spero) torno.

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In ---> storie a caso

lunedì, 29 settembre 2008 ore 09:12
Kakà
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Ombra&Magia II - 18

venerdì, 26 settembre 2008 ore 19:26

«Stavolta ne hai prese parecchie…» Urial le tese la mano. La sua armatura era sporca e scalfita, i ricci gli ricadevano bagnati sulla fronte e rivoli di sangue scendevano sul viso e sulle braccia.

«Neanche per te è stata una passeggiata, a quanto vedo» ribatté Ariendil accettando il suo aiuto per tirarsi in piedi.

«Ne ho date più di quante ne ho ricevute, non preoccuparti.»

«Non mi preoccupo. Anzi, a dire il vero speravo di non rivederti affatto.»

Si guardò intorno: i cavalieri di Stormgard erano in rotta, i suoi lanciavano grida di vittoria.

«Io invece sono contento che tu sia viva. Spero solo che il tuo bel faccino non si sia rovinato troppo.»

Ariendil sembrò non averlo sentito. Avanzò verso i soldati, la paura della morte e il terrore della vita erano solo ombre che continuavano a darsi battaglia ai margini della sua coscienza. «Metà con me nei sotterranei, gli altri con Urial al piano superiore.»

«Che facciamo se si arrendono?» chiese qualcuno, ma lei non aveva una risposta. O, meglio, l’aveva ma non voleva darla.

«I Cavalieri delle Ombre non si arrendono» disse solamente.

Urial si portò al suo fianco. «Nessun prigioniero» ordinò infine. E Ariendil non trovò la forza per opporsi. Non era il volere di Urial, era il volere di Lui.

Corse per le scale e lungo i corridoi come se stesse scappando anziché inseguendo, sperando ad ogni svolta di non incontrare nessuno. Sentiva ancora la presenza di molti Cavalieri delle Ombre e sapeva che, come lei, la sentivano gli altri, ma non avrebbe potuto infierire su chi l’aveva risparmiata. Desiderò ancora una volta la leggerezza delle ombre che Lui sapeva darle, nonostante non fossero passati che pochi minuti da quando aveva rischiato di esserne sopraffatta. Un pericolo scampato è a volte un pericolo non vissuto e, come tale, non lascia segni profondi nella memoria ma si pensa di poterlo eludere per sempre. Non sarebbe stato così: sarebbe arrivato il giorno in cui avrebbe sperimentato sulla sua pelle quanto devastante fosse il potere della magia delle ombre. E quel giorno non era neanche troppo lontano. Ma per il momento correva soltanto, dimentica di quanto avvenuto durante il duello con Keiros.

Le celle delle prigioni si aprivano ai lati dei corridoi, massicce porte di ferro che custodivano echi di urla e ricordi di dolore.

«Controllate le celle» ordinò svanendo nelle ombre.

La prima in cui entrò era vuota, ad eccezione del letto di paglia e qualche ciotola di metallo. Sperò di trovare la stessa desolazione anche nelle altre, ma già la seconda la fece ricredere: tra le ombre di un angolo, una figura avvolta in un mantello si muoveva furtiva senza dar segno di aver percepito la sua presenza.

Ariendil avanzò di qualche passo ed estrasse la spada.

A quel suono, la figura si voltò emettendo un gemito strozzato, il suo viso si liberò dalla maschera del buio e Ariendil si ritrovò faccia a faccia con chi per anni le aveva fatto da sorella maggiore.

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In ---> fantasy, ombra e magia 2

L'elfo

lunedì, 22 settembre 2008 ore 21:12

 

L’elfo camminava lungo la riva con passi decisi, il suo solito incedere fatto di eleganza e leggerezza. Le onde si infrangevano rabbiose contro le sue caviglie, ma la furia della tempesta non sarebbe bastata a piegarlo neanche se il dio del mare in persona fosse emerso dalle acque per minacciarlo con il suo tridente di corallo e la sua schiera di ninfe e semidei.

Quando mi vide, credetti di scorgere un sorriso nel bagliore del fulmine che gli illuminò il volto, ma forse lo immaginai soltanto. Diede le spalle al mare e risalì la spiaggia per raggiungere la macchia dove lo attendevo. Notai che non lasciava impronte dietro di sé e mi meravigliai di esserne stupita: scrivevo di lui da quasi dieci anni ormai, avrei dovuto essere preparata almeno a questo.

«Siamo nel mio mondo o nel tuo?» fu la prima cosa che gli chiesi quando si sedette accanto a me su un tronco levigato dal vento.

L’elfo si tolse il mantello e me lo mise sulle spalle per ripararmi dalla pioggia. «Siamo in tutti i mondi possibili.»

La sua voce era esattamente come la immaginavo: calda e asciutta quanto il suo mantello, capace di una tale quantità di note che nessuno strumento musicale avrebbe mai saputo riprodurre. Era la voce di ogni tempo e ogni luogo, era la voce del sole e della pioggia, del giorno e della notte. Era la voce del mondo, il mio e il suo.

«Sto sognando» capii.

Lui mi sorrise e il suo sorriso era dolce nonostante lo sfregio sul sopracciglio conferisse al suo volto un’espressione dura. Pensai che avrei dovuto farlo sorridere di più.

«Non era tempo di sorridere per me, la tua storia richiedeva la mia faccia più crudele» rispose leggendo i miei pensieri.

«Non ho mai pensato che fossi crudele. Tu…» mi bloccai, certa che qualsiasi cosa avessi da dirgli lui la sapesse già. Lo dissi lo stesso. «Tu sei come io vedo un eroe.»

«Ma ad Iridis fui visto come un nemico.»

Si voltò a guardare il mare che si agitava sotto lo sguardo imbronciato del cielo, mentre la pioggia gli incollava i ricci sulla fronte e rendeva quasi eterea la sua pelle luminosa. Potevo percepire la sua sofferenza: un elfo che aveva indossato i panni del tiranno e accettato l’odio della sua gente solo per poterla salvare. Provai un profondo senso di colpa, perché era stata la mia mano a tracciare la sua strada di dolore.

«Mi dispiace.»

Rabbrividii, e non solo per il freddo.

L’elfo accese un fuoco tra l’erba bagnata e la sabbia. Magia degli elementi: perché continuavo a stupirmi?

«“Non c'è dubbio che la divinità adoperi certi uomini allo scopo di punire la malvagità di altri e ne faccia in qualche modo dei carnefici, prima di annientarli.”» Le parole di un uomo del mio mondo sulle sue labbra acquisirono un significato più profondo, fecero risplendere di gloria i grandi nomi del passato che giacevano tra la polvere in un angolo della mia memoria.

«A quanto sembra, vale anche per gli elfi.» Sorrisi. «Mi piacerebbe vivere nel tuo mondo, sai?»

«Anche nel tuo c’è traccia della mia gente.»

La pioggia iniziò a scemare, la tempesta cessò e tra le nuvole che andavano scomparendo iniziarono ad ammiccare le stelle.

«Non vedo orecchie a punta in giro» scherzai, ma lui rimase serio.

«Come posso chiamarti?» mi chiese.

Colta alla sprovvista, mi strinsi nelle spalle. «Alcuni mi conoscono come Ariendil.»

Fece un cenno con la mano come per dire che erano sciocchezze. «Come posso chiamarti?» ripeté.

«Barbara.»

Quella risposta gli andò bene.

«Ascoltami, Barbara» mi disse catturando i miei occhi nei suoi. «Ciò che conta non è come è fatto un elfo, ciò che conta è che cos’è un elfo.»

Come per rendermi più chiare le sue parole, l’alba irruppe da est posando la sua luce su di noi e su tutti i mondi possibili.

L’elfo si alzò. «Stai per svegliarti.»

Una parte di me avrebbe voluto continuare il sogno, l’altra era ansiosa di vedere gli elfi del mio mondo. Molti li conoscevo, umani con un cuore da elfo. Perché ciò che conta non è come è fatto un elfo, ciò che conta è che cos’è un elfo. Non l’avrei dimenticato.

«Siprael!» lo chiamai mentre lui già camminava verso la riva. «Cos’hai fatto dopo?»

«Dopo cosa?»

Parte del sogno iniziava già a svanire: i contorni sfumavano in macchie di colori che presto sarebbero divenute buio, le voci si facevano più lontane, la luce dell’alba sempre più reale.

«Dopo l’ultima pagina» dissi in fretta.

Lo vidi sorridere un’ultima volta.

«Scoprilo da sola.»

Mi lanciò una pergamena che io afferrai al volo. Quando la aprii lessi poche parole, ma bastarono.

 

Quando i sogni ti fanno stare così bene vorresti che non finissero mai...
E allora è sufficiente aggiungere ogni volta un capitolo nuovo perchè il sogno continui.

 

Questo è per te, che non hai mai avuto paura di volare.

 

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